Le parole per educare

Le parole per educare

Di seguito riportiamo in anteprima il primo capitolo del libro “Le parole per educare” di Daniele De Marchi

Di manuali sulla formazione ne sono stati scritti un’infinità. Redatti da psicologi capaci di voli pindarici e teorie del tutto inoppugnabili su come si debba educare correttamente un ragazzo, per renderlo maturo e fornirgli stimoli sani al fine di renderlo in grado di affrontare il mondo del lavoro, le sfide della vita ecc…

 Talvolta però la vera e propria esperienza sul campo dimostra che l’insegnante prima di tutto dovrebbe armarsi di una serie di accortezze didattiche fondate sulla propria sensibilità, sicurezza interiore e rispetto per il compito che si trova ad affrontare consapevole del fatto che ogni classe rappresenta un ecosistema a se stante dove, non solo, non esiste una mappa ma in questo caso neppure il territorio è ben delimitato.

L’insegnante non è tenuto a tracciare e delimitare il territorio, bensì stimolare gli allievi a costruire assieme a lui una mappa del loro territorio interiore, scoprire assieme a lui determinate dinamiche insite nella loro generazione, le contraddizioni della loro epoca, i disagi ed i bisogni che nutrono. Lo deve fare con l’accortezza del medico o del professionista, deve far si che tutti i suoi disagi, le problematiche personali o le cose che lo destabilizzano rimangano fuori dall’ambiente scolastico e soprattutto non deve ricercare tra i ragazzi lo studente che è stato, pretendere che loro ricalchino un modello che probabilmente andava bene per se stesso ma che è impossibile pretendere o voler riprodurre esigendo che i ragazzi siano delle marionette che inscenano lo studente modello che crediamo di essere stati.

Non esiste un codice di comportamento in classe, infatti questo volume non si erge a manuale in grado di insegnare cosa si dovrebbe fare per divenire insegnanti modello, piuttosto il libro cerca di fare chiarezza su quello che non si dovrebbe fare, sui comportamenti che l’insegnante dovrebbe evitare largamente e che potrebbero compromettere non solo l’andamento didattico o disciplinare della classe, bensì l’equilibrio psicologico del ragazzo.

La prima cosa che immagina una persona giovane al suo primo incarico da insegnante probabilmente sarà: sono giovane e potrò parlare utilizzando un linguaggio molto più simile al loro, in me i ragazzi troveranno un amico con cui parlare, non sarò mai un insegnante vecchio stampo poiché son passati pochi anni da quando sono stato studente io…

Quando poi si trova dietro alla cattedra durante il primo giorni di scuola si rende conto che le cose non stanno proprio così, che le nuove generazioni sono sensibilmente diverse da come le immaginava e che soprattutto i ragazzi sono attentissimi, critici e percepiscono la benché minima insicurezza. Nel caso poi si decida di giocare la carta dell’amico tutti gli obiettivi preposti a livello didattico finiscono nel bidone della spazzatura.

Fare “l’amico” dei ragazzi significa perdere autorevolezza, diventare automaticamente fratello maggiore e soprattutto innescare determinati comportamenti che si sarebbero evitati attuando un approccio del tutto differente.

Inoltre diventare amico dei ragazzi può sortire due effetti entrambi negativi. Nel primo i ragazzi percepiscono l’amicizia dell’insegnante come arrendevolezza ed arrivano a sfruttarla a loro vantaggio, nel secondo i ragazzi si affidano completamente all’insegnante “amico” il quale diventa il loro confidente di cose che probabilmente lui NON E’ IN GRADO DI GESTIRE CORRETTAMENTE senza arrecare danno. Come il rispetto, anche l’amicizia va meritata e deve essere trattata con assoluta DELICATEZZA in termini didattici.

NON BISOGNA ad esempio pur di mantenere il ruolo di amico dare importanza ad ogni singolo disagio o dramma adolescenziale dello studente. Alcune cose meriterebbero invece la fermezza di una persona che piuttosto di consolare agisce con sicurezza, richiama e porta lo studente a ragionare oppure cerca di non dare troppo peso a determinate cose che se gestite con la commiserazione dell’amico amplificherebbero un problema risolvibile in maniera lineare.

La maggior parte degli insegnanti che partono con l’intento di diventare amici dei ragazzi, si trovano poi, in men che non si dica a diventare dei tiranni dell’educazione costretti a ricoprire incarichi da vigile urbano e convinti che le nuove generazioni siamo costituite soltanto da ragazzi irrispettosi, bulli e menefreghisti.

Tratto da ” Le parole per educare” di Daniele De Marchi
in uscita per Agosto 2011